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2013 U CAREGÀ - Il calzolaio - Comm. Straord. Luciana Lucianò

U CAREGÀ   -   Il calzolaio                                             2013

Trattandosi di un rilevante accessorio al vestiario, fin dall’antichità, le calzature erano realizzate e tenute efficienti da un artigiano competente, conosciuto come “caligarius”, inteso quale realizzatore di “caligae”, le famose calzature in dotazione agli eserciti romani.

Nel IV secolo dell’Era Volgare, prosperavano i Collegium Caligaliorum, insieme di artigiani che faciet pellarios, coriarios e caligarios, i quali si serbarono attivi almeno fino al secolo VIII, quando l’uso del termine Calegaro, che continuava a definirli, si mantenne quasi unicamente nell’ambito dell’Arcidiocesi milanese, nell’area della quale ha segnato in quel senso le parlate locali coinvolte, mentre la lingua italiana che si andava strutturando accordava a quagli stessi artigiani il titolo di calzolai, scarpari e persino ciabattini.

Dal Seicento, le grida genovesi conservate nel nostro Archivio di Stato non possono che riportare quel termine, collegato alle disposizioni per quell’arte, tese ad evitare che venissero usati materiali inidonei come cartoni, pelli e cuoi già usati, ma inaspettatamente anche capelli intessuti.

Nell’Ottocento, perduti i contatti diretti con Milano, sul nostro territorio si è comunque conservata la glossa “Cařegà”, a determinare un settore artigianale non soltanto molto attivo, ma decisamente qualificato, che trovava appoggio nella locale presenza di “concerie”, affermatesi a metà di quel secolo e disgregatesi nei primi decenni del Novecento.

Le botteghe di quegli artigiani, sovente incluse nella loro abitazione, disponevano di un basso deschetto, attrezzato di: trincetti, raspe, martellette, incudini a forma, lesine, setole, pece e refe, chiodini, conche e spazzole; intanto che indispensabili erano le forme di legno, ordinate a paia su appositi scaffali, col nome del cliente in evidenza, per il quale si confezionavano calzature su misura; vera arte del cařegà ottocentesco, che ha operato, dotandosi di qualche attrezzo ottimizzatore, fino agli Anni Cinquanta.

Anche se la sovrabbondante quantità di pelli e cuoi, abbandonati con l’armistizio dell’otto settembre 1943 nella Caserma Gallardi, potesse riferirsi a spoglie della “Drôle de Guérre”, nondimeno mostra come le maestranze artigiane dell’Ottantanovesimo provvedes-sero alla realizzazione di finimenti, giberne, cinturoni, ma principalmente di scarpe e stivali d’ordinanza eseguiti dai capaci calzolai del Regio Esercito, in loco.

La presenza di validi artigiani del settore ha richiamato l’attenzione di alcune industrie calzaturiere, tra le quali la Ditta Civallero, che fabbricava pantofole, sul Vallone, e il rinomato “Calzaturificio Taverna”, che ha avuto sede allo sbocco di vico Pescatori, nelle Asse, dove oggi, sulla passeggiata a mare, campeggia il rudere biancastro di quel popolare opificio.

È stato nel 1921 che i figli di Antonio Taverna trasferirono l’azienda da Alessandria, proprio per avvalersi di quelle capacità artigianali presenti in questo profondo Ponente Ligure, anche attratti dagli incentivi economici prospettati, nel contesto delle difficoltà sociali alessandrine.

La fabbrica ha trasformato le esperienza unicamente artigianali degli adepti, dando avvio alla proliferazione di organizzati piccoli laboratori, sul territorio, nel corso degli Anni Trenta, mentre la manifattura aumentava il personale, fino a giungere alla quota di duecento operai, negli Anni Ottanta, senza contare l’opera di numerose lavoratrici dell’indotto, che a casa loro ordivano i laccetti delle famose “intrecciate Taverna”, calzature reclamizzate col motto “calza come un guanto”.

Al decrescere dello scorso secolo, ebbe a verificarsi il deprecato e generalizzato calo di gusto negli acquisti personali, rafforzato dal crescere dei costi sulle materie prime di qualità, in specie nel settore calzaturiero; fu allora che il genero dell’anziano Taverna, certo Pukli, operò per delocalizzare il “Calzaturificio Taverna”, cosa avvenuta nel 1990, alla ricerca d’una sede dove la manodopera costasse meno ed il sindacalismo fosse meno invasivo.

Le scarpe prodotte dal “Taverna”, a Ventimiglia, sono state di ottima qualità, eleganti, sempre alla moda ed erano decisamente ambite; esportate in nord Europa e persino in Giappone. La presenza della fabbrica ha prodotto una eccessiva dipendenza dai macchinari nei lavoranti, fattore che non consentiva loro di avvicinarsi al settore delle riparazioni calzaturiere, che in zona venne occupato perlopiù da artigiani meridionali; fino a quando le industrie globalizzate non invasero il mercato con prodotti in gomma e materie plastiche vulcanizzate, relegando l’arte del “Cařegà” ad uno sbiadito ricordo.

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