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2014 U LAITÀ - Il lattaio, la latteria - dottor Enrico Ioculano

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U  LAITÀ   -    Il lattaio, la latteria                                              2014

 

Esaminando a ritroso il sistema di provvista dell’alimento “latte”, che oggi si può recuperare perlopiù soltanto nei supermercati, fino agli Anni Settanta veniva ancora distribuito da una apposita bottega, chiamata “latteria”, che comunque era già rifornita da impresari impacchettatori, i medesimi che negli Anni Sessanta il latte lo imbottigliavano ancora.

La rivendita chiamata “latteria”, che in seguito si è trasformata in “bar”, affiancandosi in piccolo ai rinomati “gran caffè”, in quei tempi luogo di incontro e distensione, fin dalla prima metà del Novecento forniva l’alimento latte, sia imbottigliato fresco, sia opportunamente scaldato, magari con aggiunta di caffè, da consumarsi sedendo ai pochi tavolini dei quali era attrezzata.

La bottega per la distribuzione di latte, latticini e formaggi venne istituita per decreto nel 1929, arrivando a cancellare dopo qualche decennio il lungo periodo della consegna eseguita dai lattai, porta a porta, i quali si servivano di alcuni appositi fusti metallici a chiusura ermetica e di un versatore con beccuccio, “u bidun d’u laite” provvisto di imbuto e d’un misurino conforme. Al sopraggiungere del lattaio, di prima mattina, il quale poteva presentarsi attrezzato d’un somarello, un carretto, con la bicicletta e persino portando il bidone in spalla; qualcuno di casa gli si proponeva  armato di un contenitore, “u tupìn d’u laite” che potesse accogliere il fabbisogno della famiglia per quella giornata. “In cartin”, “mezu litru”, “in litru” e il latte era consegnato, magari rimandando il pagamento a fine settimana, per praticità.

Dopo l’affermarsi delle latterie, alle prime ore del mattino, per qualche tempo la distribuzione porta a porta continuò con la consegna del latte preparato dalle ditte di imbottigliamento, in litri e mezzi litri vuoto a rendere. Intanto in bottega, il lattaio forniva ogni sorta di formaggio o latticino, vendita che in seguito venne assunta in toto dalle salumerie.

Nella nostra città, le latterie furono di competenza dei lattai attivi a quel tempo, il popolare Pascà, che al concludersi dell’Ottocento gestiva quello che rimaneva del pascolo alla foce della Roia, denominato “i Paschei”, più o meno dove oggi vi sono i Giardinetti pubblici, mentre il piemontese Risso aveva condotto a Bevera alcune produttive mucche dal Basso Piemonte. In seguito intervennero i roaschesi Fantino, alloggiati a Camporosso; intanto in Nervia, nell’ala Ovest della dismessa Clinica Isnardi, prendeva attività la “Centrale del Latte” distribuendo anche a Bordighera e vallate, per quasi tutti gli Anni Trenta. La Centrale era rifornita dal trasportatore Palmero, che andava a prelevarre il latte in Alta Val Roia e nel Basso Piemonte; inoltre nel contesto costruivano i conformi misurini in lamiera.

Guardando a ritroso, fino alla metà dell’Ottocento, la maggior parte del latte consumato in Ventimiglia e dintorni era di origine ovina e caprina, munto dalle numerose “sciorte” che venivano a svernare a Grimaldi, a Latte, ai Paschei, a Nervia e a Camporosso; mentre nella bella stagione veniva munto nei pascoli alpini per poi calare, il più velocemente possibile, partendo da Tenda e da Briga, dov’era raccolto. Ancora fino all’evento bellico degli Anni Quaranta, le pastore dell’Alta Val Roia distribuivano porta a porta una gustosissima ricotta, la cagliata e persino il poderoso “brussu”. Le mucche da latte presenti erano merce rara e persino esageratamente parcellizzata, come ci documenta Giovanni Ruffini nel quarto capitolo del romanzo “Il dottor Antonio”, raccontando l’episodio del burro appositamente sbattuto in bottiglia dal dottore per miss Lucy Davenne, allo scopo di  completare l’anglosassone rito del thè.

Oggi, al supermercato, si può scegliere tra prodotto scremato, intero, parzialmente scremato, fresco o a lunga conservazione e persino microfiltrato, ma non si tratta più di quel ricco alimento che giungeva nelle case, appena munto nella stalla, o quasi,  quindi non sterilizzato, anche se per tale motivo spesso era causa di affezioni o malattie. Allora, le donne di casa, per evitare inconvenienti portavano il latte ad ebollizione più volte, badando a conservare integra la gustosa crema che lo contraddistingueva, sempre che il lattaio fosse completamente onesto e non allungasse la materia con eccessiva acqua.

Il semplice mestiere del lattaio si presenta oggi quale documento di vita della locale popolazione rurale, aggiungendosi alla testimonianza d’un modo di vivere e di produrre in armonia con la natura. Quella gente conosceva anche l’arte di preparare formaggi e ricotta occupando un posto di rilievo nell’economia del nostro passato, che non ha avuto modo di mantenersi in un radioso futuro.

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