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2016 - U RADEU - alare carichi da navigli in rada - dottor Enrico Ioculano

U/ RADEU   -   alare carichi da navigli in rada               1998 XXXII

 

Nella Ventimiglia dell’Anno Mille, retta a Libero Comune, in zona Lago funzionava un porto fluviale di vaste capacità, che nell’anno 1222 le milizie genovesi hanno interrato, occupando la Città. Da allora i commerci marittimi rivieraschi potevano contare soltanto sui porti di Savona e di Nizza, ma all’occasione in ogni posto di mare si poteva praticare il “Radeu”, alando le merci in rada. Da noi, questo si attuava nelle acque antistanti il Cavu.

Dai documenti della Curia, don Nino Allaria Olivieri ha potuto rilevare come tra il 1600 e la metà del 1700, Ventimiglia contasse “un passabile parco di naviglio di piccola stazza che permetteva alla Città, ancora chiusa fra le mura, di smerciare i prodotti agricoli in eccedenza e importare il fabbisogno dei materiali per le crescenti costruzioni. Leudi, Pinchi e Sciabecchi imbarcavano alla Marina: olìi, legni, carboni, lane e carni ovine. In stagione portavano limoni e cedri in Savona e in Genova, da dove avrebbero raggiunto i porti del Nord Europa, imbarcati su navigli di maggior stazza. Da Genova, il medesimo naviglio tornava nelle Riviere carico di derrate e vino, contenuti in botti, ma anche accessori per l’edilizia.

Quelle imbarcazione, giunte nelle acque antistanti la Marina, sotto il Cavu, calavano l’ancora e se avevano in stiva derrate impermeabili o animali vivi si predisponeva al “Radeu”, alleggerendo il loro pescaggio per iniziare ad avvicinarsi alla spiaggia. Intanto, una discreta quantità di gozzi, governati da marinai e pescatori locali, facevano la spola verso la riva con le merci permeabili.

Tempo permettendo, s’iniziavano le complicate manovre di scarico, operazioni lente, attente ed impegnative, riservate ai soli marinai di professione e ai Camali, uomini e donne presi a giornata dai committenti che, all’apparire delle bianche vele, si riversavano sulla spiaggia, perché ad ogni Radeu era sicura una mercede. Sul veliero i marinai apprestavano le merci e sulla spiaggia si attendeva l’inizio dell’operazione, usa a praticarsi non solo in Ventimiglia, ma nei luoghi privi di porto. Simile manovra veniva praticata nella baia di Roccabruna, alla Ruota di Bordighera e in Ospedaletti.

Il “Radeu” parola derivante da: “Ratis” = zattera, lo ritroviamo nel latino medievale; “Rades” dato al tronco trasportato per via fiume. L’operazione era praticata nello scarico dei vini, dei grani e del bestiame. Aperte le balconate del veliero, le botti di vino erano fatte scivolare in mare con l’ausilio di corde, quindi legate in fila e trainate dai gozzi sul bagnasciuga. Sulla spiaggia si iniziava il travaso del vino nelle “Baie”, tinozze in legno da dove erano riversate nei “Barì”, barili dalla capacità di trenta litri. Era l’inizio del trasporto a domicilio; robusti camali, per lo più donne, caricati i barili sul capo e disposti in continua fila, recavano il vino alle osterie o ai privati.

A tutte quelle operazioni assisteva “u Ciancìferu”, il nocchiero in seconda che, calata l’ultima botte in mare, con voce imperiosa urlava alla ciurma: “tirate su, serrate e, occhio al capitano gatto !». Il Capitano Gatto era un personaggio d’obbligo, sopra ogni veliero che trasportava vini o frumento. Se compito del primo nocchiero era tenere la rotta, al capitano gatto incombeva sorvegliare e ripulire le stive e la cambusa dai topi roditori. Non era un intruso. Una ordinanza del Magistrato del Porto di Genova vietava la partenza a quei velieri che non avessero a bordo uno o più gatti, “perché avrebbero preservato nel navigare le mercanzie e da malattie di peste”.

Non potendo disporre di un porto funzionante si rendevano assai complicate le operazioni di sbarco delle merci, ma effettuare i carichi in partenza era ancora più impegnativo e costoso. Al naviglio ancorato in rada si sarebbero affiancati i gozzi che, con operazione inversa al Radeu, avrebbero issata a bordo e stivata la merce locale.

Nel 1736, la Confraternita della Misericordia, che da poco praticava l’Oratorio della Marina, costruì un lungo e ampio pontile così da poter rendere un servizio pubblico di attracco per il carico e lo scarico delle merci. Di questo pontile si poteva disporre dietro il versamento di una libera offerta, come obolo per le necessità dell’Oratorio.

Il giorno 6 gennaio, il cappellano della Confraternita benediva i “Paneti de San Niculò”, confezionati a forma di gozzo, che erano distribuiti ai marinai e ai camali, mentre una particolare donazione era riservata ai pescatori locali. Il naviglio presente accostava all’imbarcadero, dove il Priore distribuiva ad ogni patrono di barca il pane benedetto; ricevendo un’offerta o del buon pesce, intanto che i marinai, invocando il Santo, fissavano il panetto a poppa in segno di protezione divina.

Un secolo più tardi: il sopraggiungere della ferrovia, oltre alla costruzione dei porti di San Remo e Mentone, resero antieconomico il radeu, che non venne più effettuato.

 

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