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1985 L’OLIVICOLTURA dott. Mario Blanco

DA’ RECATU ae AURIVE - L’olivicoltura 1985 È dal XV secolo, che i numerosissimi alberi d’ulivo, e ciànte d’aurìva, presenti sul nostro territorio, hanno cominciato ad essere impiantati con criteri di monocultura a reddito certo, sicuramente perché l’uliveto richiede il maggior sforzo-lavoro in stagione di basso impegno agricolo. Prima d’allora, le piante d’ulivo erano rare da noi e l’olio, importato dalle regioni meridionali, veniva usato prevalentemente per l’illuminazione.Principalmente i monaci lerinensi, seguiti dai domenicani; ma non solo da loro, operarono una scelta rigorosa sugli incroci vegetali, fino a giungere ad una qualità di pianta d’ulivo che desse un olio con l’acidità armoniosa, concessa soltanto alla selezione “tagiàsca”.Il succo dell’oliva “taggiasca” è un olio altamente commestibile, tanto che oggi è stato riconosciuto e valorizzato con l’assegnazione del marchio d’origine, che ne hanno fatto un prodotto d’elite.I saggi contadini, protagonisti di quei secoli grami, piantarono vasti uliveti, come consigliarono i monaci, ma non lo fecero per egoismo personale, giacché l’ulivo non produrrà mai reddito per colui che lo pianta. Pensarono con generosità alle generazioni future, le quali sovente si sarebbero trovate a ringraziare quel gesto.In molte occasioni, l’olio è stato l’unica merce di scambio presente in numerose famiglie, oltre a rappresentare il condimento dei cibi, sovente lo stesso companatico e qualche volta anche il medicinale. La pianta dell’ulivo può diventare millenaria. Non si è mai visto un albero d’ulivo morire di vecchiaia. Nelle nostre “fasce”, sono ancora vivi i primi ulivi, impiantati nel XIII secolo.A Sospello ed a Piena, portarono gli ulivi i monaci di Lerino, che impiantarono una grangia locale ad Olivetta, mentre, in numerosi altri siti, come quelli nella bassa Val Roia ed in Val Nervia, hanno agito i Domenicani del monastero di Taggia.Per le terre di Ventimiglia, si deve agli Agostiniani del Cuventu la piantumazione dei ventosi oliveti di Siestro e di Seglia. Moltissime di queste piante, tra quelle che ormai divenute secolari, vennero distrutte nel corso della Guerra di Secessione Austriaca, nell’anno 1747.La pianta dell’ulivo non è indigena dell’Europa meridionale; come sembra, deve esser giunta dall’Asia Minore, dove cresceva allo stato selvatico l’oleaster, i cui frutti aspri e piccoli danno pochissimo olio. Dalla selezione effettuata in Siria sull’oleastro deriva probabilmente l’ulivo che i Fenici diffusero in tutto il Mediterraneo.Per star dietro all’uliveto è necessario concimarlo, ogni anno, in primavera, praticando e ciòte, degli ampi fossi circolari, attorno alle piante, lontano dal tronco, diremmo d’â càussa, dove verranno interrati, diremmo sübacài, scarti alimentari o vecchi indumenti e calzature, quando non si avesse a disposizione il concime fatto con gli scarti della macellazione animale, detto cornunghia.Con le maggiori possibilità economiche d’oggigiorno si usano apposite misture di solfati e fosfati, che danno senza dubbio rese maggiori; considerando che la maggior parte degli attuali addetti all’olivicoltura non sono più agricoltori di professione; ma, impiegati nei più diversi mestieri e professioni, portano avanti la tradizione per poter disporre d’un olio di qualità, particolarmente curato.In autunno, vanno tolte le erbacce cresciute nei pressi delle piante, con un’operazione che si chiamava fa’ e àire ; quando, falciate le erbe si provvedeva a rendere piano e abbastanza liscio, ancora con l’intervento del magagliu, il terreno attorno ad ogni pianta, dove sarebbero cadute le olive, successivamente raccolte a mano.Oggi si stendono, sotto l’intero uliveto, appropriate reti in materia plastica che, opportunamente inclinate, raccolgono il prodotto, costantemente, oppure quando si decida di aramà.Un tempo, armato di una lunga pertica flessibile, detta ramavùira, il contadino, salendo pericolosamente sui rami più alti, abbacchiava le fronde meno accessibili, facendo cadere a terra le olive che venivano così raccolte, mentre oggi, cadendo sulle reti, evitano inopportune ferite.Nei nostri giorni, sono state escogitate macchine a pettine che bacchiano con estrema facilità; così, si preferisce raccogliere in tempi differenziati per portare a frangere più sovente, contribuendo così a diminuire l’acidità dell’olio.Nel moderno uliveto è presente persino l’impianto di annaffiatura costante, goccia a goccia, che permette alla pianta di non soffrire per la siccità, vera sciagura per l’olivicoltura.

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