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LA PASQUA INTEMELIA

Queste processioni drammatizzate, si concludevano con la messa in scena della Passione, dapprima interpretata da fedeli, poi rievocata con l’ausilio di gruppi statuari.2

In Ventimiglia: i Bianchi, i Neri e la confraternita del Rosario, facevano a gara per mostrare i gruppi scultorei più artistici; come quello, opera di anonimo del XVIII secolo, recentemente restaurata, che oggi è in mostra nell’abside della navata sinistra, in Cattedrale.3

Nei primi anni del Settecento, con lo stimolo di san Leonardo da Porto Maurizio, si diffuse la pratica della Via Crucis, sia all’interno delle chiese, che lungo itinerari campestri.

Ancora pochi decenni or sono venivano restaurate e ripristinate le cappellette rituali che scandiscono la Via Crucis verso il santuario della Madonna delle Virtù, in Siestro; costruzioni che risalgono al tardo XVIII secolo.

 

A RAMURÌVA

Con la domenica delle Palme, avevano inizio i riti dell’ultima settimana di Quaresima. La parvenza d’allegria, costituita dall’ondeggiare delle foglie di palma e dal luccicare delle foglie d’ulivo, precedeva una ritualità di morte caratterizzante questo periodo.

Per i bimbi, Ramurìva era l’occasione unirsi agli adulti con un loro particolare ramoscello di palma, chiamato “pařmurelu”, confezionato intrecciando le foglie sfilacciate. Su quel capolavoro di intreccio venivano appese le più svariate leccornie, tanto da farlo apparire troppo appariscente agli occhi della Chiesa, che nel tempo lo ha biasimato ed escluso dal rito.4

Tra i ragazzotti che non potevano permettersi tale appariscenza era in uso la pratica di un “gioco” ammesso dalla tradizione: provocavano il bimbo “fortunato”, gridandogli il più classico dei “merda” e se questo reagiva minimamente lo avrebbero spintonato con un certo impeto. Tutte le ghiottonerie che fossero cadute a terra dal pařmurelu erano preda dell’aggressore, secondo l’usanza.

LO STREPITO

Nella Settimana Santa, come accade ancor oggi, il Giovedì si provvede ad imprigionare le campane, in segno di lutto. Fino agli anni Cinquanta di questo secolo, i ragazzi e persino i giovanotti percorrevano piazze e vicoli dei paesi, nelle vallate, sostituendo lo scandire delle ore con ronde che davano l’annuncio temporale, sostenuto dallo strepito di strumenti adatti.

L’uso di tali strumenti derivava dalla liturgia del processo a Gesù, che prevedeva un fragore organizzato da parte dei presunti aguzzini. Rumori ottenuti, sovente, con l’ausilio di una raganella rotatoria, montata su un perno, con lamella legnosa sbattente su una ruota dentata, detta “a sgrìssura”; oppure, una tavola con maniglia, attrezzata di battenti in ferro sui due lati, opportunamente chiodati, chiamata “a tarabéla”.5

Nel Medioevo, durante il periodo pasquale, erano in uso alcune cerimonie, (marcate da un forte miscuglio di sacro e profano, retaggio di riti non ortodossi, troppo radicate) alle quali si provvide a mutarne nome ed oggetto. Fra queste è degna di ricordo quella delle “Cantégore”, specie di passeggiate a scopo di beneficenza.6

LA PASQUETTA

Dal paese di Canaan, la Pasqua ebraica contraddistingueva la celebrazione dell’inizio della mietitura, con l’offerta del primo covone nel santuario campestre. Si trattava di un pellegrinaggio “fuori porta”, dove si consumava il pane azzimo, realizzato con la farina del nuovo raccolto.

Questo rito propiziatorio primaverile assunse grande importanza nella celebrazione della Pasqua cristiana e nell’istituzione dell’Eucarestia. Intanto, attraverso le ritualità medievali, veniva tramandato alle nostre generazioni con le gite d’un giorno ai santuari campestri.7

Queste coinvolgenti funzioni, presero grande voga nel Seicento, quando il diffusissimo ritrovamento di immagini miracolose, propose ai fedeli liguri la costruzione di numerosissimi santuari collinari.8

Anche la nostra città non venne esclusa da quella tendenza, provvedendo alla trasformazione della “bàřma”, una grotta dedicata a San Romano, in un santuario dedicato alla Madonna delle Virtù.

Dopo il XVII secolo, la Pasquetta dei Ventimigliesi trovò meta nel santuario delle Virtù, mentre fino ad allora si rivolgeva alla cappella di San Giacomo, sul culmine del colle chiamato Mauře, giacché il 21 agosto del 1693, questo luogo di culto veniva inserito all’interno dei confini di Camporosso.

CARNI D’AGNELLO

Nelle religioni semitiche, durante la notte del plenilunio che precedeva la partenza verso i pascoli estivi, le mandrie venivano fatte passare attraverso fuochi purificatori, poi si immolavano i primi nati del gregge, il cui sangue veniva sparso su capanne ed animali per proteggere le famiglie e le greggi da calamità ed assicurarne la fecondità, poi se ne consumavano le carni in un pasto rituale.9

Anche le greggi intemelie, attorno alla data del plenilunio di marzo, si predisponevano per avviarsi verso i pascoli estivi. Fin dall’antichità ed ancora nel medioevo certe ritualità preservatrici venivano ancora rispettate.10

Potremmo pensare che l’usanza del pasteggiare con carne d’agnello, in quel periodo, fosse dovuta ad un retaggio della cultura ebraico-cristiana, invece da sempre, si cercava di eliminare gli agnelli nati troppo presto, per il ciclo stagionale, e troppo tardi per sopportare il lungo e faticoso viaggio verso l’alpeggio.

Sta’ di fatto che, fin dall’antichità, la carne d’agnello rappresentava il cibo più diffuso nel periodo primaverile, precedente la partenza delle greggi per i pascoli alpini.

ARTIGIANATO TRADIZIONALE

Legato alla celebrazione della Pasqua sopravvive ancor oggi un artigianato di oggetti che seguivano la tradizione più arcaica, tra questi ricordiamo:

I övi grixurài

Un tempo la domenica di Resurrezione era chiamata anche “Pasqua dell’Uovo”, perché veniva festeggiata donando e mangiando uova sode colorate. L’uovo è il simbolo del Cristo risorto, com’è in ogni tradizione simbolo di nascita e di resurrezione.

La tradizione di questa ritualità è molto diffusa in tutta Europa, ma la particolarità del gesto è racchiusa, senza dubbio, nel nome derivato all’operazione, con l’andar del tempo.

Nella zona intemelia, tingere le uova pasquali, rassodandole, è detto “grixurà”; cosicché le uova sode e tinte si dicono “grixuràe”. Infatti i coloranti naturali che venivano usati nell’operazione, a contatto con la porosità del guscio, non producevano una tinta brillante, ma tinte pastello molto tenui e tendenti al grigio.11

Nella Settimana Santa, era usanza dei ragazzi, ma anche dei giovanotti, il praticare un gioco, con le uova sode, “u scussetu”, piuttosto essenziale, ma molto seguito. Incontrandosi in quei giorni, forniti di uova adatte, si interpellavano con:“S’u fàmu in’övu”.

Si trattava di far cozzare tra loro due uova anche non sode, rompendo quella dell’avversario, avendo l’abilità di tenere in mano l’uovo, in un modo particolare.12

ILLUSTRAZIONE

DIDASCALIA:

Posizione base per “fàsse in’övu” a Scussétu.

U Pařmurélu

La foglia della palma assume significati simbolici nella celebrazione della Pasqua cristiana, caratterizzando la domenica che precede l’evento. Oggi viene privilegiato il ramoscello d’ulivo, ma per tutto il medioevo la foglia di palma era immancabile nei riti della domenica a lei dedicata, persino in culti differenti.13

L’usanza artigianale di intrecciare le foglie, tenere e bianche, della palma ha documentazione fin dai primi dell’Ottocento, tanto che appare realistico ricercarne la radice nel tramontare del XVIII secolo, quando i palmizi bordigotti vengono citati, quale esaltante eccezionalità, dai nobili fruitori del “Grand Tour” turistico, vezzo che prendeva avvio appunto in quegli anni.14

Col sopraggiungere della bella stagione le fronde delle palme venivano radunate e legate strette, come una sorta di salame, onde impedire alla clorofilla di rendere verdi le foglie novelle, che per Pasqua venivano raccolte ed inviate in Vaticano, dopo che il comandante sanremasco Bresca, aveva ottenuto l’esclusiva, con il suo intervento risolutore durante l’innalzamento dell’obelisco in piazza San Pietro.15

L’artigiano ligure aveva consolidato l’arte di intrecciare le foglie, formando vere e proprie figure, rifacentesi ad una grossolana filigrana.

Oggi quest’arte è ancora viva, ma si limita a creare opere più essenziali e persino più eleganti di quelle, assai pacchiane, in voga nel primo Novecento, quando le tasche create dai complicati intrecci venivano farcite con uova di cioccolato ed ornate di dolci e caramelle, confondendo la palma pasquale con l’albero di Natale.

I Sepùrti

Nella liturgia del Giovedì Santo entra di prepotenza la realizzazione de “u sepùrtu”, l’altare laterale addobbato, che raccoglie la riserva eucaristica, per l’occasione esule dall’abituale tabernacolo.

La realizzazione dei sepolcri trae appunto origine da questa semplice cerimonia liturgica che risale all’XI secolo. I fedeli iniziarono ad ornare copiosamente di fiori e lumi l’altare secondario, vegliandolo giorno e notte fino alla Pasqua; ma è con l’epoca barocca che queste raffigurazioni diventano sontuose macchine teatrali. 16

L’artigianato floreale ligure ha maturato nei secoli una esperienza, tanto semplice quanto significativa e preziosa, nella realizzazione di queste opere pasquali, con cascate di fiori sui paramenti abbrunati.

Gran parte della simbologia del sepolcro, anche qui da noi, viene assunta dai piatti e dalle vaschette di germe di grano imbiancato, le quali vengono realizzate per tempo, mettendo a dimora semi di frumento e di orzo in vasi appropriati, tenuti a maturare nel buio ed abbondantemente innaffiati.17

NOTE:

(1)  Il Cristo crocifisso staccabile è ora steso sul sudario conservato nel vano di accesso alla Cappella del Santissimo, dalla navata sinistra della Cattedrale al piano alto del Battistero.

(2)  La tradizione delle processioni della Passione, con grandiosi gruppi statuari, è stata ripresa a Savona, dopo decenni di oblio.

(3)  La cassa processionale con “Cristo coronato di spine”, è sulla traccia di quelle della scuola Maragliano. .B. Cilento e N. Pazzini Paglieri  - Ventimiglia  - Genova 1991  - p. 156.

(4)  Col Duemila, la tradizione dei pařmuréli, intrecciati assai più sobriamente, è ripresa, almeno nella Liguria di Ponente, mentre il Vaticano non richiede più le foglie di palma bordigotte, giacché l’ultimo Concilio ha optato per la benedizione dei rametti d’ulivo.

(5)  La Taravella o Battola, era uno strumento abitualmente usato dai pescatori, per far strepito sui banchi di pesce, onde convogliarli nelle reti. Fin dal Medioevo, la liturgia del processo a Gesù, con lo strepito in chiesa, è stata provocatrice di abusi da parte del popolo, che sovente si lasciava prendere la mano, sfasciando banchi e suppellettili. N. Calvini  -  Nuovo Glossario Medievale Ligure  -  Genova 1984  - p. 372.

(6)  N. Calvini  - Nuovo Glossario Medievale ligure  - Genova 1984  - p. 94.

(7)  C. Dupuis  - Compendio dell’origine di tutti i culti  - Foggia 1982.  M. Pisante  -  Il sacro e le religioni  - volume secondo  - Foggia 1991.

(8)  Oltre al quello, nostro, di Madonna delle Virtù, dopo i ritrovamenti leggendari di statue o di icone dipinte, tra il XVI ed il XVII secolo, tra gli altri, sono stati eretti i santuari di: N.S. di Lampedusa, presso Castellaro; Madonna del Salto, presso Stella, N. S. di Montallegro, sulle colline retrostanti Rapallo; Madonna della Guardia, presso Velva. Gli stessi santuari di Laghet, sulle alture di Monaco e la Madonna della Guardia, nell’entroterra genovese, rispondono alle leggende delle apparizioni iconografiche e miracolose di quel periodo.

(9)  Nella Pasqua ebraica l’agnello sacrificale, assunse una generale importanza religiosa quando venne collegato storicamente all’evento che aveva segnato la partenza dall’Egitto verso la Terra Promessa, sotto la conduzione di Mosè, ma le qualità rituali del sacrificio erano state presenti, per tutta l’antichità, nell’arcaica celebrazione familiare con la quale i pastori solennizzavano il rinnovamento primaverile della natura. Anche nelle “Parilie” romane, le mandrie e le greggi venivano condotte attraverso fuochi purificatori e fecondatori, celebrazione che trovava spazio anche tra i riti celtici di primavera. B. Russell  - Dio e la religione  - Roma 1994.   Ed. Sonzogno  - Enciclopedia Moderna Italiana  -  Milano 1937.

(10)  Sul Capo di Sant’Ampelio, nei pressi del palazzo comunale di Bordighera, le rocce sono scavate da numerose coppelle, che hanno contenuto fuochi rituali. (Qualora questi ultimi fossero stati eseguiti nel periodo che celebra, oggi, il Santo patrono bordigotto, avrebbero potuto aver coinvolto le greggi partenti per l’alpeggio).

(11)  Per dare il colore azzurro venivano usate “e becìciure”, il giacinto muschiato,  diffusissimo sui prati primaverili; per il verde le foglie de “e buràixe” o della robbia. Per il giallo i fiori de “u barbàssu”, il tasso verbasco; si annerivano con le bacche del Ligustro; per il rosso si usavano le bacche del pruno spinoso o i frutti del “aùrnu”, l’ontano nero; il violetto era preso dai fiori de “u marvùn”, la Alcea rosea; mentre in tempi più recenti, per il marrone si usano i fondi di caffè.

(12)  Il gioco era praticato anche con le uova crude e non soltanto nel periodo pasquale. Quando un ragazzo trovava un uovo, dotato di un guscio particolarmente resistente, sfidava gli altri giovani del sestiere, i quali procuratosi un uovo adatto, correvano alla sfida. Si sorteggiava chi dovesse tenere l’uovo fermo in pugno, pronto a ricevere il cozzo del battitore; giacché, entrambi i giocatori usavano sapienti tecniche di manipolazione, per parare il colpo, oppure assestarlo con determinazione. Chi riusciva a rompere l’uovo, lo riceveva in premio, per ingurgitarlo, seduta stante. I modi di battere le uova fra loro erano codificati in tre versioni: “cü a cü”, “cuřmu a cuřmu” e “pànza a pànza”; ma in caso di uova particolarmente robuste, che avevano ottenuto troppi successi, il proprietario poteva accettare anche il “cuřmu a cü”, o addirittura il “cuřmu a pànza”.

(13)  Albero solare, dai Greci, la palma veniva assimilata alla Fenice, favoloso uccello che rinasceva miracolosamente dalla proprie ceneri, in una efficace configurazione della Resurrezione. Le palme erano di due specie e venivano utilizzate per le rispettive feste pasquali dei due culti: vi era quella “romana” e quella chiamata “all’ebrea”. La raccolta delle “romane” si effettuava verso la fine di febbraio ed erano vendute nelle piazze di Roma, Firenze, Milano, e Torino; il taglio di quelle per la Pasqua ebraica iniziava verso la metà di luglio e si concludeva verso la metà di settembre; queste foglie si vendevano in tutta Europa, ma particolarmente in Germania.  Barbara Amisano  - Il diritto di gabellare nel Ponente Ligure  -  “u Berriun” Ventimiglia 1999  - p. 44. (Si tratta di un estratto dalla tesi di laurea, datata 1997)

(14)  L’arte di intrecciare croci di giunco deriva, tra i Liguri, dall’usanza folkloristica legata alla “commemorazione dei defunti”, festività instaurata nel IX secolo da papa Gregorio IV, proprio per sostituire l’ancora presente Samain di origine celtica, sopravvissuto fino ai primi anni del XX secolo. La tradizione dava un’estrema importanza ai “fairies”, gli spiriti che invadevano il mondo dei vivi cercando di rapire i mortali. Gli esseri umani si difendevano intrecciando il “Talismano di Brigida”, principalmente legato alla festività “primaverile” di Imbolc. Era la cros-Bride che garantiva la protezione della divinità. La croce di Brigit, che può essere costituita da una varietà di materiali e potrebbe prendere diverse forme, la più nota delle quali è senza alcun dubbio quella a quattro braccia, che riflettono le quattro parti dell’anno, con il cerchio di erbe intrecciate, simbolo del ciclo perpetuo delle stagioni, dell’eterno ritorno della luce e del sole. La croce si lasciava esposta alla finestra nella notte della ricorrenza, per assorbire il potere della dea: poteva essere utilizzata come protezione oppure impiegata in rituali di guarigione, e la sua potenza poteva essere rinnovata di anno in anno.  G. Miramonti  -  Imbolc  - Celtica  n° 17  Anno IV  -  Argenta 2002  -  p. 29

(15)  Àiga ae còrde ! Acqua alle funi ! È stato il provvidenziale grido d’allarme col quale, secondo la tradizione, il capitano di mare sanremasco Bresca, presente all’innalzamento dell’obelisco nella Piazza San Pietro in Roma, nel 1586, correndo il pericolo della pena di morte comminata da Papa Sisto V a chi avesse proferito parola durante la difficile manovra, fece si che l’architetto Domenico Fontana, seguendo il suo consiglio riuscisse a far tendere le funi, allentatesi nel momento culminante dell’operazione, collocando felicemente a posto il monolito. Pio Carli.

(16)  P. Toschi  - Le origini del teatro italiano  - Torino 1976. XV/4.

(17)  Si tratta di una ritualità risalente ai Fenici, che preparavano così i “giardini di Adone”, i quali, appena appassiti, venivano gettati in mare e nelle sorgenti, assieme a statuette di Adone, (divinità che era diventata in tutto l’Oriente simbolo della resurrezione naturale ed era conosciuta in tutto il Mediterraneo). A. Cattabiani  - Florario  - Milano 1996. p. 160.

Vi ricordiamo in oltre di visitare il sito INTEMELION  "Quaderno annuale di Studi Storici dell'Accademia di cultura intemelia"

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