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FUOCHI D

SOLSTIZIO ESTIVO

 

 

Fin dall’Alto Medioevo, il Solstizio d’estate è caratterizzato dalle feste celebrate in onore di San Giovanni Battista, solennità che hanno raccolto le tradizioni di un periodo sacro, di diretta comunicazione fra il visibile e l’invisibile, in nome del Sole, che raggiunge nel cielo, in quel periodo, la maggior altezza nella parte settentrionale dello zodiaco.

 

 

Nella religione greca questo Solstizio era chiamato “porta degli uomini”, così come quello invernale era la “porta degli dei”. Per la porta estiva si entra nel mondo della genesi e dell’individualità, per quella invernale, invece, negli stati sovraindividuali.1

Per tale aspetto, anche le usanze relative alla festività di San Giovanni assumono la funzione di protezione del creato, sia con fuochi accesi in campagna per raccomandare buoni raccolti, sia con la raccolta delle famose “erbe” dalle virtù curative, o il pasto a base di fave, ma soprattutto la tradizione di esporsi alla aigàglia, la rugiada naturale che avrebbe straordinari poteri soltanto la notte della vigilia del 24 giugno.2

Sotto questo rapporto può avere importanza il fatto che a Roma i plebei e gli schiavi celebravano, al solstizio d’estate, una festa d’allegria e d’ubriachezza, che era associata specialmente al “re nato dal fuoco”, cioè Servio Tullio. Lo conferma J.G. Frazer, nel suo famoso saggio “Il Ramo d’Oro”, ricordando che “… i divertimenti popolari di questa stagione comprendevano delle corse a piedi ed in barca e il Tevere era tutto vivace per le barche inghirlandate di fiori e piene di giovani che bevevano”.3

La tradizione intemelia ha concentrato tali divertimenti nel periodo di ferragosto lasciando per San Giovanni soltanto i fuochi, la raccolta delle erbe e l’esposizione alla rugiada, panacea di tutti i malanni e, propiziatrice, a tutt’oggi, di ogni bene.

Da quel momento, dato che san Giovanni era una delle tradizioni più evidenziate del costume genovese e nel rispetto dell’antico ed aspro antagonismo con la Superba, i ventimigliesi avrebbero cominciato ad ignorarne la valenza sociale mantenendo in vita soltanto l’utilità personale di quelle usanze ed in un certo senso boicottando la ritualità che consideravano imposta.

Con indomita intensità, il rito ancestrale del falò è sopravvissuto a Monaco Principato e ad Oneglia perdendo valenza nei centri costieri intemelii.4

Per contro, nelle confinanti vallate, a Levante del ventimigliese, dove la dominazione genovese fu più supinamente accettata, la tradizione di San Giovanni ha mantenuto vivo ogni suo aspetto ritualistico. Francesco Ferraironi, ricercatore del folclore di Triora, ci ha lasciato una bellissima pagina dialettale sulla festa di “San Giamatista”, nell’Alta Valle Argentina, dalla quale si può cogliere l’ancestralità del rito solstiziale, con la corsa dei portatori del santo verso Monte Ceppo e l’accensione degli osi, i falò benaugurali, la sera della vigilia.5

Il raduno solstiziale di Monte Ceppo raccoglieva le popolazioni di tutta la Valle Argentina, oltre a quelle dell’Alta Valle Nervia, ed era caratterizzato dalla ritualità del dono portato a casa dalla festa sul Monte Ceppo. Era usanza raccontare ai bimbi rimasti a casa che, a San Giovanni dei Prati, sugli alberi maturavano piccole figure di pane o di pasta di zucchero, detti Fantìn o Mariéta ìnscia càna portate a casa come ricordo del raduno rituale.6

Nel nostro mare, infine, in questo periodo, si verifica un originale avvenimento: le velelle, una specie di meduse, sono spinte dal vento verso le nostre rive. Nel dialetto locale, questi idrozoi sono detti barchete de san Giuani.7

Fino agli anni Settanta, dal giorno dedicato al Battista, fino alla data della celebrazione di San Pietro e Paolo, il 29 giugno, le greggi prendevano la via dell’alpeggio, in quel sistema di transumanza, attraverso le dràire, che ha caratterizzato l’antichità ed il medioevo della nostra pastorizia.

 

 

LA MADDALENA

 

In Val Nervia, il mese di luglio veniva chiamato, specificatamente, a Madařéna e, ancor oggi, ad Isolabona è celebrata la festa della Maddalena, santa del 22 luglio molto popolare tra le nostre genti.8

Sia la sua figura che quella della santa Anna, madre di Maria, sopportano le funzioni della antica Grande Madre, nella religione cristiana e vengono festeggiate all’inizio del segno zodiacale del Leone, il quale per noi assume un particolare significato.9

Il culto speciale per la Maddalena, nel tempo conservato in tutto l’entroterra intemelio, deriva dai nostri contatti con la Provenza, dove la santa avrebbe trovato leggendaria sepoltura e un grande seguito legato alle comunità israelitiche ivi presenti fin dai primissimi anni dell’Era Volgare in seguito alla prima diaspora.

A Sant’Anna, al cui culto sono conservate ancora numerose chiese pievane del territorio intemelio, dalla nostra gente è attribuito un singolare rapporto col mare, giacché il 26 luglio segnava il proverbiale termine del periodo di balneazione: A sant’Ana a marìna a l’ingàna.

Il mare del periodo è caratterizzato da pressoché costanti bonacce, interrotte improvvisamente da colpi di vento anomali che arrivano ad ingrossare il mare sottocosta, per periodi limitati che danno spazio ad altre lunghe bonacce.

Una chiesuola, dedicata a questa santa sulla piana di Latte e oggi inghiottita dal mare, era di proprietà della Confraternita dei pastori che stanziavano in Val Roia. Questi, in autunno, conducevano le greggi al mare, sul bagnasciuga, per curarne le zampe con lo iodio marino. A fine luglio, attorno alla chiesuola, la comunità festeggiava le mogli, in particolare quelle partorienti.10

La presenza della chiesuola sulla piana di Latte non era del tutto casuale, ma si riferiva ai percorsi ancestrali della transumanza, quando le greggi dimoranti in Alta Val Bevera seguivano l’intero corso del torrente fino alla foce, che ancora in Età del Ferro avrebbe potuto trovarsi a Latte, giacché la piana che caratterizza quel tratto di costa è composta di detriti della Val Bevera, quando il corso del torrente scavalcava il passo di Sant’Antonio, non essendosi ancora aperto la via che lo ha portato ad essere affluente del Roia, in quel del villaggio  Bevera.

 

 

RADUNI AGOSTANI

 

Nei primi giorni di agosto, gli antichi Celti celebravano Lug, divinità della luce e della resurrezione, con feste che duravano fino al ferragosto ma avevano il punto focale nelle notti limpide in cui il cielo era solcato dalle stelle cadenti e che oggi sono dedicate al martirio di San Lorenzo.

Questo santo, così come l’Eracle della mitologia greco-romana, possiede i caratteri ipostatici del Sole e fa parte dei miti attivi nel periodo in cui il Sole è nel Leone. Nell’antichità, Ercole aveva trovato un sito sacrale a Monaco, troppo vicino a noi per non essere toccati dal culto di quel semi-dio.11

La presenza del villaggio dedicato a San Lorenzo, proprio nei pressi di Castel d’Appio, luogo tipicamente esoterico, autorizza a pensare a qualche raduno popolare, rituale, di tipo celtico, all’inizio d’agosto ed ispirato ad Ercole, raduno che avrebbe trovato svolgimento fin dall’antichità.

Anche la ricorrente presenza di San Romano nel territorio della Contea di Ventimiglia è legata a quella ritualità d’agosto. Vicino a Monaco, a Mentone, presso Sospello, a Camporosso, e persino alla Madonna delle Virtù, San Romano ha radunato molte genti nella giornata della vigilia di San Lorenzo. 12

Inoltre, la venerazione della Madonna della Neve determinava, il cinque d’agosto, un vasto raduno in Ciaixe, sul crinale Roia-Nervia, con gente proveniente da tutti i centri delle basse valli. All’inizio degli anni Settanta, questa festa si è purtroppo annebbiata.

Tra i giovani, nei primi giorni d’agosto avevano inizio le più sfrenate attività “sportive”: regate a remi, corse campestri o strapaesane, ma soprattutto ci si sfidava “au balùn”, una disciplina medievale che nei primi anni del Novecento si è data un regolamento generale e col titolo di Pallone Elastico ha radunato campioni imperiesi e cunéesi, che condividono questo gioco particolare.13

Au balùn si giocava a: Monaco, Mentone, Sospello, Breglio, Tenda, Briga, Saorgio, Airole, Piena, Camporosso, Dolceacqua, Rocchetta, Isolabona, Pigna, Apricale, Perinaldo, Baiardo, Ceriana, in tutto l’Imperiese e nel Basso Cunéese.

In ogn’uno di questi paesi operavano più squadre di quattro giovanotti che si sfidavano au balùn, ma quando la sfida riguardava una squadra di un’altro paese, i migliori elementi del paese si amalgamavano, ciascuno per il suo ruolo, per ben far figurare il “campanile”.

L’opportunità di sfide incrociate fra paesi si verificavano, sovente, in occasione di feste patronali o di importanti fiere, che avvenissero in estate, particolarmente in agosto.

 

MIETITURA E CANICOLA

 

Già a luglio i cereali risultavano maturi al punto di richiedere la mietitura, ma il primo sole d’agosto avrebbe fissato le qualità migliori nel seme, quindi si mieteva ai primi segnali di canicola, proprio per evitare il troppo caldo.

Il termine “canicola” trova spiegazione nel sorgere eliaco della costellazione del Cane, con la stella Sirio, ma la stagionalità nella fertilità delle cagne proprio in quel periodo la dice lunga sul nome della costellazione, ritenuta responsabile di tale fertilità.

Nell’antichità, una ritualità orgiastica e bacchica accompagnava le comunità contadine al completamento della mietitura, il suo nome era “incanà” e si riconosceva anch’essa nella consuetudine canina di riunirsi in branchi, proprio in quel periodo, alla ricerca di femmine fertili.14

Come nel periodo primaverile, contrassegnato dal passaggio sui nostri lidi della migrazione relativa alle cicogne, la “incanà” favoriva la prenotazione della nascita di un figlio, che sarebbe venuto al mondo attorno alla fine di aprile, periodo di favorevole approvvigionamento alimentare

 

 

NOTE:

 

  1)  Questo simbolismo non apparteneva, tuttavia, alla sola cultura greca. Il Guenon commenta: “Si tratta di una conoscenza tradizionale … che non ha né può avere alcuna origine cronologicamente assegnabile … Essa si trova dappertutto, e in particolare nei testi vedici” (R. Guenon, Il simbolismo della Croce, MIlano 1973, p.96). Tutti gli antichi popoli europei erano partecipi di questo simbolismo.

  2)  In questa notte della vigilia di San Giovanni Battista, ancora pochi anni or sono, le ragazze da marito aspettavano di conoscere il loro futuro da presagi legati a riti quasi magici, suggeriti dalla brina notturna (aigàglia).

  3)  J.G. Frazer, Il ramo d’oro: studio sulla magia e la religione, Torino 1965, pp.243-244.

  4)  Ad Oneglia, le festività per San Giovanni hanno conservato l’attuale vivacità anche grazie ai costumi sabaudi delle onoranze al santo, importati dalla tradizione torinese, come i gli eleganti portici del centro cittadino.

  5)  Altre più recenti tradizioni hanno modificato l’antica ritualità del solstizio triorasco, come “i pani dello Spirito Santo” e l’iconografia cristiana dell’avvenimento, ma la base del pellegrinaggio montano, dei falò e delle decorazioni con i rami di scòera risulta inalterata e vivificante. Il luogo del raduno è nominato “San Giovanni dei Prati” e negli anni Cinquanta ha raccolto anche le popolazioni della costa recantesi alla ricerca delle tradizioni quando queste si andavano perdendo. Cfr. A Barma Grande, Antulugia Intemelia, Libru Sestu, Ventimiglia 1938.

  6)  Dalla forma e sulla realizzazione dei fantin o delle mariete  Lucetto Ramella ci conserva la storia in Ricette tradizionali della Liguria - Dominici editore - Oneglia 1983.

  7)  Le velelle, sono idrozoi dell’ordine siphonophora, famiglia delle chondrophoorae. Con il velo corneo che funziona da vela, galleggiano in gruppi numerosi e “spiaggiano” sui nostri lidi nel mese di giugno. Emilio Azaretti ci riferisce che un’ultima, ormai rara ed eccezionale, “spiaggiata” di velelle, è avvenuta nel 1990. Cfr. E. Azaretti, La fauna marina nel dialetto ventimigliese, Genova 1992, p. 95.

  8)  Canti popolari, momenti rituali e pantomime tengono viva tra le nostre genti la memoria antica  della Maddalena, quella provenzale.

  9)  Non è estraneo alla tradizione ancestrale che il simbolo del Libero Comune di Ventimiglia fosse un leone rampante, lo stesso che, dal 1861, rivive nel moderno simbolo comunale.

10)  Una vecchia fotografia della collezione Cudemo ritrae uno degli ultimi raduni di pastori tendaschi presso la chiesuola sulla spiaggia di Latte. Era consuetudine che le puerpere tendasche si recassero in quel di Latte durante l’attesa e lo svezzamento.

11)  La rocca dove oggi troneggia il Principato di Monaco, nell’antichità era chiamata: Portus Hercules Moneaci.

12)  Nella parlata locale il nome del santo è Romàn, che nei dialetti della Val Nervia viene pronunciato Rumàn e in quelli delle valli tra il Nervia e l’Argentina diviene Römàn. Si deve anche considerare che il patrono sanremese, San Romolo, nel dialetto locale è detto Römu, tanto che nel tempo è diventato Remu, andando a definire la città protetta: San Remo.

13)  Au balùn i punti si contano come nel tennis, adoperando, ad esempio, questa dizione: “Trenta pe’ chi bàte, chinze pe’ chi rebàte”. Lo scopo del gioco è quello di stringere l’avversario nel suoi campo, finché non riesca a ribattere la palla senza pegno. Nell’avanzare progressivamente si segnano sul terreno delle linée immaginarie chiamate “E càcie”, annunciate come in questi esempi:”Càcia prìma, pe’ chi bàte”, “Càcia segùnda, pe’ chi ribàte”.

14)  Il termine incanata era conseguenza di: incanire, abbandonarsi a manifestazioni rabbiose di furore bacchico; che rendevano l’uomo: incanito. (incanà  - incanì  - incaniu)

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