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OR TORNA MAGGIO

IL PIANTAR MAGGIO

Era antica usanza rurale che, la notte della vigilia del primo giorno di maggio, molti giovani, ragazzi e ragazze insieme, uscissero in campagna, o nel bosco, per andare alla ricerca del mazu, l’albero da tagliare e portare in paese; lo si innalzerà e gli si ballerà attorno durante tutta la giornata successiva.1

 

Anche i giovani intemelii, al raggiungere della maggiore età, seguivano la tradizione. Nei paesi montani dell’entroterra andavano alla ricerca di un alto larice che veniva sfrondato per esser meglio trasportato ed innalzato nella piazza. Una volta innalzato, il più ardito tra quei giovani vi si arrampicava per tentare di fissarvi sulla punta, con legacci, una cima di larice verzeggiante. Il giovane che fosse riuscito nell’intento, magari aiutato da una squadra a lui votata, sarebbe stato riconosciuto “capo” della congrega dei giovani maggiorenni in quell’anno.2

Si racconta che l’albero sia stato spesso adornato da fiori e nastri di vari colori. È stato anche caricato nella cima con arance, a carattere propiziatorio della fecondazione, o con i frutti della questua dei maggiolanti. Col tempo l’albero fronzuto s’è degradato a nudo palo, quello cui si legano i nastri della danza nella figura del cerchio d’amore, o serve come albero della cuccagna, riprendendo il motivo rituale della competizione, tra coloro che si cimentano per raggiungerne la cima.Nei paesi vicini alla costa, invece, era d’uso un albero d’alloro, che veniva innalzato, oppure soltanto una robusta tràpa (tralcio, frasca), che veniva sospesa con corde nel mezzo della piazza. In alcuni villaggi non si disdegnavano i rami dei pini e delle querce.Il rito era sempre chiamato ciantà mazu e costituiva l’unica sortita notturna giovanile, ancorché promiscua, concessa dalla comunità, con tutte le conseguenze di costume che possiamo immaginare talvolta particolarmente vivaci.3La concessione di “piantare il maggio” - da parte delle associazioni che avevano la prerogativa di organizzare la festa - era un uso che si tramandava ininterrottamente in tutte le comunità della zona intemelia.4Il semplice fatto di scegliere e asportare il maggio dal bosco al paese rinserrava spesso un motivo agonistico, in quanto esso costituiva un atto di coraggio e di audacia compiuto per imporsi all’ammirazione delle ragazze, e offriva ai maggianti l’occasione di superare, nella scelta e nella bellezza dell’albero, la schiera dei giovani che lo avevano piantato l’anno precedente.5DOCUMENTI  E  MEMORIE
 Il documento, ritrovato da Erino Viola nell’Archivio di Stato in Ventimiglia, è determinante per accertare la vivacità del “Mazu” nella nostra città e riesce anche a proporci una certa collocazione sulla qualità della nostra relativa tradizione.Si tratta di una grida del 30 aprile 1608, nella quale il Capitanio Filippo Fiesco, per la “Serenissima Repubblica di Genova della Città di Ventimiglia e sua Giurisdizione:“Ordina e comanda ... che niuno ardisca ne presuma, la prossima notte di Maggio, portare ne far portare in qualsivoglia modo, alberi di pini, abbeti o roveri alla casa di cui si voglia, niuno excluso in compagnia, con arme o senza arme, con bandiere o senza sotto pena di tratti doe di corda per ogn’uno ...”.Da questo si ricava quanto fosse viva la celebrazione del Maggio ancora nel XVII secolo e quanto fosse, al contrario, decisamente repressa dalle autorità civili, per paura dei disordini, in collaborazione con le autorità religiose, le quali cercavano l’eliminazione della contaminazione pagana ancora persistente in quel secolo.Nel “girar maggio”, dopo averlo piantato in piazza, si soleva eseguire una canzoncina tramandata di generazione in generazione.  Nelle consuetudini della Val Verbone si è conservato fino a noi abbastanza integro un motivetto.  Nel maggio 1978, la Cumpagnia Cantante di Ventimiglia ha raccolto in San Biagio della Cima, dalle voci tre volonterose ed attempate canterine, la canzonetta propria del “maggio”.6Questa era eseguita in apertura della festa e accompagnata da altre filastrocche: queste ultime, in origine dovevano essere ben numerose, ma molte di esse, nel corso dei secoli, sono andate dimenticate e disperse definitivamente.Di seguito riportiamo il testo della canzoncina:7U màgiu u l’è ciantàu, giréira, giréira.U màgiu u l’è ciantàu, giréira e gìràu.Chi l’averà ciantàu, giréira, giréira.Chi l’averà ciantàu l’è u figliu d’u ferrà.Fàighe la ciùmba la là.TRADIZIONI LOCALI ATTINENTI AL MAGGIO
 I documenti relativi alla festa di maggio, limitati al nostro territorio, non sono molti, ma le testimonianze ed i particolari di alcune tradizioni derivate dal Maggio ci permettono di confermare tale usanza ancestrale. La pianta d’alloro nelle processioni di San Sebastiano, svolte in gennaio nella valle nervina, con il loro carico di cialde multicolori, trovano una comunanza con il Maggio primaverile.8Possiamo accomunare a questa tradizione il pino mozzato e ricostruito in piazza a Baiardo, nel mese di maggio, per ra Barca.  Ci riferiamo, in particolare, a testimonianze dirette che ci rivelano il rito di portare il maggio alla casa dell’amata nella San Biagio della Cima d’anteguerra.  In questo centro e negli altri della Val Verbone, era usanza delle giovani donne “girare il maggio” dopo che era stato piantato dai ragazzi del paese, intonando, nel loro girotondo, una precisa cantilena tramandata, arricchendola con significativi ritornelli di genere velatamente sessuale.Fare riferimento alla Stacàda de Bregliu come manifestazione recitativa legata al Maggio, anche se priva del simbolico albero, è doveroso. Si tratta di una pantomima coreografica, che si svolge nella cittadina della media Val Roia ogni cinque anni, trovando movimento dalla ribellione allo “jus prime noctis”, impegnando personaggi e situazioni tipiche dei Maggi.Anche la drammatica rievocazione della “Maddalena dei boschi” in Taggia, con la suggestiva “Danza della morte”, ballata da due mimi maschi, uno dei quali in panni o atteggiamenti femminili è da annoverarsi nel filone delle tradizioni maggenche.Non del tutto immune dai “maggi” potrebbe essere la celebrazione del Santo Patrono di Bordighera: Sant’Ampelio, infatti, è festeggiato il 14 del mese.9Lo stesso sir Thomas Hanbury - grande filantropo tanto quanto attento conservatore delle tradizioni nella “sua” Mortola dei primi anni del Novecento – notando che le mutate condizioni economiche e sociali del villaggio tendevano a far cadere in disuso le ricorrenze ed i riti popolari, - volle ripristinare alcune consuetudini concedendo loro maggior mezzi e attenzioni.10LA RIPRESA DEL CIANTÀMAZU
 Nell’ambito dell’Agosto Medievale, dal primo maggio 1989, le Rezerie di Sestiere, con la Compagnia Balestrieri e le Scuole Elementari del Distretto ventimigliese, avevano dato inizio alla ripresa del Ciantàmazu locale. Fino al 1999, ogni anno, nel territorio di ognuno dei Sestieri, a turno, si davano appuntamento, con tamburini e sbandieratori a coronare la disfida giocata dai balestrieri abbinati a dodici “Contessine di Maggio”, per assegnare ad una di loro, con la gara, il titolo di “Gilbina di Ventimiglia, reginetta dell’Agosto Medievale”. I bimbi delle Elementari del Circolo in questione, preparati all’uopo, dopo aver girato il maggio, secondo la tradizione, piantavano in opportuna sede un albero, dedicandolo all’ultimo nato del Sestiere. Un resoconto dettagliato di tali manifestazioni, non più finanziate, è riportato sul libro illustrato che riprende le edizioni dal 1986 al 1996.11LA BARCA BAIOCCA
 Seguendo la mobilità della Pasqua, la Pentecoste, detta Pasca d’ê Röse, ritrova ritualità particolari sul territorio del Ponente ligure. A Baiardo, nella Pentecoste, viene ripresa un’antica tradizione a cui partecipa l’intero paese: il giro de ra Barca. Nella vigilia della festa, i giovani del luogo visitano gli ampi boschi comunali con l’atavica facoltà di trarne il larice più alto e maestoso. 12Con esso si eleva un’altissima antenna in piazza alla cui cima si colloca una giovane e vigorosa pianta d’abete che ha funzioni vivificanti per la natura primaverile.Una volta rizzata l’antenna e aggiunta la culminante protesi vitalizzante, tutto il paese si radunava attorno al simbolo rituale per formare un grande girotondo al canto della antico poema popolare. In esso si racconta la storia di un marinaio pisano giunto a Baiardo per estrarre dai boschi alte antenne per le navi della Repubblica marinara toscana quando Genova era ancora una città di orticoltori. Del marinaio si innamora una delle figlie del signorotto locale, il quale, scoperta la tresca, trascina la figlia nella piazza e pubblicamente le mozza la testa. 13IL FIDANZAMENTO
 A primavera inoltrata i grandi lavori agricoli erano soggetti ad un discreto rallentamento, era dunque il momento più adatto ad iniziare un fidanzamento. In una stabilita notte di maggio, d’accordo col padre dalla ragazza, il pretendente doveva recarsi alla casa della promessa, carico di un pesante “ciüccu d’auriva”, che doveva depositare sulla porta, ponendosi poi in attesa nelle vicinanze.La mattina, abbastanza di buon’ora, ma quando tutti i vicini di casa fossero ben svegli, il padre della ragazza apriva la porta di casa, fingendo meraviglia per la presenza del ceppo d’olivo e declamando: “Chi l’à inciüccau me’ figlia, che a vegne a desciame, pe’ savé ?”; il pretendente si faceva avanti e veniva accolto in casa, ufficializzando così il fidanzamento e mettendo da parte eventuali pretese avanzate da altri giovanotti del luogo.Da quel momento la ragazza era compromessa e non avrebbe potuto sposare altri che il promesso, a meno di non essere considerata poco di buono, accontentandosi di un’eventuale pretendente di minor censo.Era infatti prerogativa del padre prendere gli accordi preventivi col pretendente, sulla eventuale dote da concedere alla figlia o sulle disponibilità messe in campo dal giovane pur di ottenere la mano della ragazza.MAGGIO EVITA I MATRIMONI
 Maggio era conosciuto come il mese de “u mariàgiu de l’Àse”, in considerazione alla propensione verso il periodo di estro degli equini, proprio in quel mese. Per non ridursi ad imitare i comportamenti del proprio collaboratore equino, fin dall’antichità, il contadino aveva preferito evitare quel mese per affrontare il matrimonio.Questa usanza era ancora in auge negli anni Cinquanta del Novecento, ma conserva ancor oggi una certa continuità. Più che per l’estro equino, il contadino aveva considerato che sposarsi a maggio, avrebbe significato dare la luce al primo figlio nel periodo della Lunazione anomala, in febbraio, dunque in un periodo da evitare a priori, considerando gli influssi negativi che il popolo attribuiva a quell’anomalo periodo calendariale.Era da tener presente anche l’inadeguatezza di febbraio quale mese non favorito dalle riserve alimentari. Queste, ristabilite a novembre, con la raccolta di tutte le produzioni agricole e dell’allevamento; a febbraio erano in pieno esaurimento e si sarebbero ricostituite soltanto ad aprile inoltrato.Marzo ed agosto erano i mesi più adatti al matrimonio ed alla programmazione della prole, giacché dicembre e maggio, oltre a non richiedere lavori di particolare impegno nei campi, si trovavano nel momento di massimo approvvigionamento alimentare.Anche le sortite notturne giovanili della notte precedente il Primo Maggio sconsigliavano l’adire ad un matrimonio che sarebbe apparso riparatore, semmai si attendeva qualche mese, evitando così di dar materiale alle malelingue.LA CROCE DI MAGGIO
 Un tempo, nel giorno tre di maggio, sui calendari era fissata la celebrazione della Invenzione della Santa Croce, dedicata al ritrovamento della Croce del Cristo nel 628, restituita dai persiani all’imperatore bizantino Eraclio, già trafugata nel 614 dal loro re Cosroe Parviz dopo la conquista di Gerusalemme. La festa era particolarmente sentita dalla gente dei campi perché cadeva nel periodo agrario in cui stava crescendo il grano. Oltre alla processione con una grande Croce, i contadini continuavano a praticare la tradizione precristiana di piantare croci propiziatrici, costruite con le canne, in mezzo ai campi di frumento, mentre, alla finestra di casa, appendevano delle croci fatte di giunchi intrecciati.14La pratica di intrecciare i giunchi e le foglie si è mantenuta attiva nella popolazione del Ponente ligure con l’usanza del “parmuřelu”, nella Domenica delle Palme.LE INFIORATE
 Senza rapporti con cerimonie precristiane, nel mese di maggio e nella prima metà di giugno si celebrano Ascensione, Pentecoste e Corpus Domini.La Pentecoste raccoglie a Baiardo il rito laico medievale de Ra Barca, mentre, in bassa Val Nervia, avrebbe contenuto l’albero itinerante con le cialde, trasferito in gennaio. Invece le processioni per il Corpus Domini sono state caratterizzate da specifici interventi popolari, fin dal 1331.Le infiorate, che antica tradizione hanno conservato in molti paesi dell’Italia centrale, oggi trovano svolgimento a Diano Marina e Loano. Un tempo erano svolte anche nella nostra città ed in molti centri dell’entroterra, quando la coltivazione ed il commercio dei fiori era prospero, concedendo a bassi costi la materia prima per l’intervento popolare.Si ricordano grandiose infiorate nell’ultimo dopoguerra lungo via Cavour e via Roma, quando ancora si teneva la processione col baldacchino e grande solennità. Gli ultimi episodi di infiorata locale, molto simile artisticamente a quella che oggi si realizza nel levante della provincia, si sono avuti in occasione del passaggio della Madonna Pellegrina.15Timidi episodi di ripresa si riscontrano in particolari occasioni, come quella del Cinquantenario del ritorno delle spoglie di Sant’Ampelio, in Bordighera, il 14 maggio 1997.IN VISTA DELLE FATICHE ESTIVE
 Alla metà di maggio, in considerazione delle miti temperature della stagione, era usanza dei pastori di partire con le greggi per gli alpeggi; ma non prima di aver tenuto un raduno, nel quale trovavano svolgimento ritualità propiziatorie.Come per quella agricola, anche per la stagione marinara il mese di maggio rappresentava il periodo propizio per l’avvio dei maggiori impegni lavorativi, sempre attraverso i riti di un probabile raduno propiziatorio, corredato da regate, alle quali i vari gruppi operativi lasciavano stabilire la priorità nella cala delle reti in un determinato campo di pesca.Nel periodo successivo alla pesca dei giancheti, il novellame di acciuga che stazionava nei pressi della riva; a maggio si dava inizio alla pesca d’altura ai pesci di taglia, per seguire, in piena estate, alla cattura di acciughe e sardine. Anche la navigazione del piccolo cabotaggio costiero, pressoché inattiva durante l’inverno, a causa delle condizioni del mare, riprendeva appunto in maggio.Con riferimento alla celebrazione di Sant’Ampelio, a Bordighera, il giorno 14; alla particolare posizione strategica dell’omonimo Capo; ma soprattutto al recente riconoscimento di ritualità assegnato alle numerosissime coppelle, anticamente incise sulle rocce dello stesso Capo si potrebbe ipotizzare che una poderosa assemblea rituale avvenisse in quel luogo ed in quel mese.16Per giunta, sarebbe ipotizzabile il ripetere dell’assemblea al termine della bella stagione,  in settembre - ottobre, col rientro delle greggi dai pascoli alpini, nel tradizionale “ghidàgiu”, o alla forzata sospensione dei lavori marittimi per il sopraggiungere dell’inverno.1717) Rifacendoci alla vasta popolarità attualmente riportata dalla festa pignasca di San Michele, è ipotizzabile che l’adunanza di ringraziamento per la fine dell’alpeggio e per la conclusione dei lavori campestri avrebbe, invece, potuto svolgersi a Pigna a fine settembre. 

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NOTE:

 

  1) I riti arborei, che si svolgevano anche e soprattutto il 1° maggio, sono antichissimi. Nei paesi celtici coincidevano con una solennità detta Beltaine, con il significato di “Fuoco di Bel” durante la quale si usava appendere una corona primaverile ad un tronco sfrondato. Si celebrava l’inizio del semestre del sole trionfante con tornei dove il vincitore, simbolo del dio che vinceva gli inferi, otteneva il diritto di sposare la damigella per la quale s’era battuto. Il primo maggio segnava l’inizio del trionfo della luce sulle tenebre e continuò ad essere celebrato anche dopo la cristianizzazione, tanto è vero che dalle feste celtiche è derivato il Calendimaggio medievale. Centro ideale e materiale della festa di calendimaggio è il maggio o maio, cioè l’albero o ramo d’albero nel quale la mentalità delle popolazioni primitive e rustiche vedeva l’essenza e il simbolo del potere germinativo e produttivo.

  2) Nelle consuetudini baiocche era ben determinata la facoltà del poter trarre le due piante per “ra Barca”, dagli estesi boschi comunali, da parte della gioventù amalgamata nella Confraternita, di anno in anno; ogni volta con un larice più alto e pesante.

  3) Girolamo Rossi  - Glossario Medievale Ligure  - Torino 1909 - Forni editore - Bologna 1971  - pag. 63 - : Maggio piantare (festa popolare del 1°maggio). Era troppo estesa nella Liguria una tale festa, perché si possa omettere, benché già da altri registrata questa frase, restringendosi per altro a dare la descrizione inserita a pagina 46 delle Constitutiones et decreta in diocesana synodo savonensi del vescovo Costa, (Taurini, typ. Pizzamiglio, 1623. “Gentilitiam superstitionem saperevidetur abusus in aliquibus oppidis huius dioecesis quod nocte, diem primam maij proxime precedente, mares ac femine et virgines item passim per vineas ac nemora vagentur et arbores arborumque ramos grandiores precidant, ut sequenti die ante foras erctas figant, id quod italico vocabulo dicunt: piantar maggio, in qua plura sunt animadversione digna, nempte peccandi pericula, damnum dominis prediorum et scandalum inde nascens ........ propterea curati abusus huiusrnodi evellere contendant.”.

  4) Trarre alberi e rami dai boschi comunali o privati o di enti religiosi era considerato un diritto consuetudinario e gli incidenti e gli abusi, che pure avvenivano, non fanno che confermare la comune persuasione che il piantar maggio si doveva fare.

  5) Quando il Regno d’Italia istituì la leva obbligatoria, furono i coscritti a rilevare il compito che, nel corso di secoli, era appartenuto alla congrega dell’Abate del Popolo. In ogni distretto, gli appartenenti al medesimo anno di nascita erano convocati, in maggio, per “tirà u nümeru”, trarre a sorte un bussolotto che avrebbe concesso ad uno soltanto di loro di evitare il servizio. Il prescelto dalla fortuna era paragonabile al giovane medievale che si guadagnava l’onore d’essere riuscito a compiere la salita rituale sull’albero.

  6) La registrazione di quel documento canoro, prodotto da Candida Maccario Biamonti, Giuseppina Maccario e Maria Molinari Martini, che è accompagnato ad una delle canzoncine di contorno e ad altri documenti di canto popolare, è conservata in una bobina di nastro magnetico, della mia collezione, rilevabile con un magnetofono Revox. In seguito, il testo e la partitura sono stati pubblicati in: Cumpagnia Cantante  - CANZONI INTEMELIE  -  Cumpagnia d’i Ventemigliusi  -  Ventimiglia 1999.

  7) Il maggio è piantato, giratela, giratela. / Il maggio è piantato, giratela e girato. / Chi lo avrà piantato, giratela, giratela. / Chi lo avrà piantato è il figlio del fabbro ferraio. / Fateci il tuffo la là.

  8) Derivando da riti primaverili, la processione con l’albero adorno di papete, nella bassa Val Nervia, trovava svolgimento in maggio, come nella maggior parte delle diocesi ambrosiane; l’aver dedicato l’alloro a San Sebastiano ha trasferito la ritualità nel giorno venti di gennaio, festa del santo.  -  Girolamo Rossi  - Glossario Medievale Ligure  -  citato  - pag. 70  - : Nebula ed anche Nebia (cialda). Questo vocabolo, definito dal Ducange per panis levior in ferro cactus, domanda una particolare illustrazione, che valga a risvegliare il ricordo di un’usanza religiosa omai sparita. Leggo a pag. 198 dell’ora citata opera del Vigna sulla Collegiata di S. Maria di Castello: Item pro nebulis pro festivitatibus predictis solidos XII e segue tosto item pro hostiis et vino, il che toglie ogni dubbio possa sorgere sull’identità di nebula con hostia. A che servivano adunque tali nebule ?  Si apra l’Ordinarium ecclesie parmensis del 1417, pubblicato da Luigi Barbieri pel Fiaccadori nel 1866, e si troverà, come in Parma la vigilia di Pentecoste, ai primi vespri si tirava in alto sino a mezzo della cupola del duomo, un albero tutto vestito e fiorito di nevole, che doveva restare in sospeso per tutta l’ottava, e che la mattina poi della festa, a un dato punto della messa pontificata, da detto albero si faceva spiccare il volo ad una colomba verso il popolo; con colombe volanti, con pioggie di rose, di gigli e con nevole si soleva rappresentare il mistero del divino Paracleto e de’ suoi carismi. Di questa antica usanza, propria della chiesa milanese e delle diocesi, che da quella metropolitana rilevavano, ho detto nella memoria da me pubblicata Sul rito ambrosiano in Liguria, ed ho soggiunto, che tali cialde di diversi colori venivano appellate pampare, come non ho mancato di notare, che in un remoto angolo della diocesi ventimigliese, cioè nei comuni di Camporosso e di Dolceacqua, sia sempre in vigore la costumanza di scegliere per la festa del patrono S. Sebastiano, un albero di alloro e di appendervi larghe cialde di diversi colori, dette papette e di tener collocato detto albero nel Sancta Sanctorum per ben otto giorni, chiudendosi l’ottavario colla distribuzione ai fedeli di questi rotondi e variopinti fogli di pane azimo, che, benedetti, sono tenuti come reliquie nelle famiglie. ......

  9) L’istituzione della ricorrenza è successiva al 1620, con la consacrazione in Bordighera della chiesa abbaziale di Santa Maria Maddalena, ma affonda le radici nel culto per il santo eremita tramandato dal V° secolo. Il santo bordigotto è officiato in due occasioni, il 14 maggio, giorno infausto del 1258, quando le sue spoglie vennero sottratte da San Remo verso Santo Stefano, in Genova, ma anche il 5 ottobre dies natalis del Santo; due date associabili all’inizio ed alla conclusione delle attività agropastorali e marinaresche lungo tutto il Medioevo. (N. Marinangeli - N. Lamboglia - AM. Ceriolo Verrando: S. Ampelio  -  Grafiche Amadeo - Imperia 1998)

10) Consulta Ligure / Cumpagnia d’i Ventemigliusi  -  Commemorazione di Sir Thomas Hanbury nel 150° anniversario della nascita  1832-1982, Alzani - Pinerolo 1982. pag 19 / intervento di Renzo Villa: Egli non desiderava che il piccolo villaggio della Mortola, ormai assurto ai fasti della fama internazionale, avesse a perdere lasua identità, il suo genuino folclore locale. Prova di questo suo interesse sono le danze popolari nel campo da tennis, il Ballo di San Luigi, le feste dei Maggi e la Festa della Vendemmia riportata in auge raccogliendo ciò che ancora sopravviveva degli antichi riti vendemmiali.

11) Danilo Gnech  -  Luigino Maccario  -  AGOSTO MEDIEVALE A VENTIMIGLIA  1976 - 1996  - D.L.F./CARIGE  Ventimiglia 1998.

12) Nella festa rituale baiocca, il termine Barca sta’ certamente ad segnalare la presenza della nave che porta lontano il marinaio pisano, punto di forza della lunga canzone impiegata dal popolo nel girare attorno al larice sfrondato innalzato nella piazza d’u Cian; ma quando il lemma viene usato nella locuzione “girà a Barca”, scopo della tradizione, può assumere il significato di: palo di sostegno del pagliaio, che nei dialetti liguri ponentini viene espresso, appunto, con: barca. Il contenuto di fieno raccolto attorno ad una semplice ”scarassa” tronco di castagno lungo due metri, è detto: “barcà“ ed era accreditato ad unità di misura per paglia e fieno. In considerazione dei venti tesi ed improvvisi, usuali nel Ponente Ligure, i pagliai temporanei, innalzati nelle fasce, non superavano mai i due metri.  Per il testo della canzone:  RIVISTA INGAUNA e INTEMELIA  -  ANNO XVI  -  N. 1-2  gennaio - giugno 1961    ISTITUTO INTERNAZIONALE DI STUDI LIGURI  -  Bordighera  - pag. 27.

13) Il poema costituisce un esempio maggio recitativo e contiene elementi di pubblica purificazione con la giovane innamorata nelle vesti del capro espiatorio.

14) Si intrecciavano croci votive con giunchi, foglie di canna o sfilacci tratti dalle foglie di palma in tempi molto antichi. Con la forma di croce, le popolazioni celtiche riproducevano i quattro punti cardinali, quindi quelle croci votive avevano la mansione di proteggere dalle avversità provenienti da ogni lato, nonché di richiamare gli spiriti buoni da ogni parte giungessero.

15) Dal 1948, richiamandosi ad una tradizione nata negli Anni Trenta, una serie di icone della Vergine Maria percorsero capillarmente molte diocesi italiane, visitando le parrocchie di ogni città, così come quelle di ogni piccolo paese. Col titolo di “Madonna Pellegrina”, nei mesi di maggio e giugno del 1949, ha suscitato un’intensa partecipazione popolare in questa nostra Zona Intemelia. In quel periodo di “guerra fredda” tra i blocchi internazionali, la bianca statua che percorse la nostra diocesi terminò il suo pellegrinare in una chiesuola, d’architettura seicentesca, un tempo dedicata a San Bernardo, posta sul crinale di Capo Nero, in luogo ameno a poca distanza da Coldirodi.

16) L’area più conservata e densamente incisa è subito a destra del Municipio: è grande circa 20 mq e di forma triangolare; ospita numerosissime coppelle, la maggior parte delle quali collegate da canaletti, si notano inoltre alcune vaschette quadrangolari, In base allo stato di conservazione sembrerebbe che queste ultime con cappelle quadre ed alcune coppelle di piccolo diametro ma profonde, siano di fattura posteriore al grande complesso che le accompagna. Non si notano croci cristiane, ne lettere o numeri; si riconosce invece un breve scaliforme del tipo scolpito tridimensionalmente.

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